(Dalla rivista Musica Domani, n.124, Settembre 2002, Ricordi, Milano
di Mauro Scardovelli, Pier Giorgio Oriani
Premessa.
Cosa succede quando durante più sedute di musicoterapia una bambina
(priva di diagnosi, ma con marcati atteggiamenti autistici) mostra
un apparente disinteresse verso il suono e la musica, manifestando
un atteggiamento aggressivo verso gli strumenti e il contesto? In
che modo il musicoterapeuta può superare l'impasse? L'articolo
descrive una breve esperienza nell'ambito della scuola materna. In
essa l'operatore, partendo da una frustrazione iniziale, cambia il
suo abituale modo di porsi, riuscendo così ad entrare in relazione
con la bambina, e ricevendo da questa una apertura comunicativa
tanto inaspettata quanto felice. Il testo offre inoltre diversi
spunti di riflessione sull'uso della musicoterapia a scuola.
I commenti intercalati al testo (1) offrono una lettura
dell'esperienza secondo l'ottica comunicazionale della PNL e
dell'ipnosi ericksoniana.
Presentazione del caso.
Ci sono incontri che pur nella loro brevità, lasciano un segno
profondo: la consapevolezza che qualcosa dentro se stessi è
cambiato. Lavorando come musicoterapeuta questi incontri sono
frequenti, ma quella che sto per raccontare ha rappresentato nella
mia storia una delle esperienze più intense. Protagonista è A., una
bambina di quattro anni, frequentante insieme ad altri ventisette
bambini, il secondo anno di scuola materna. A. presenta dei problemi
nell'ambito della comunicazione/relazione per cui è stato chiesto
dalla scuola un sostegno formale.
La bambina ha svolto il primo anno di materna in un'altra scuola, le
attuali maestre si trovano seriamente in difficoltà: A. necessita di
una attenzione costante.
Vengo contattato dal direttore didattico per seguire A., e altri
bambini. Il finanziamento è di una banca e consente un incontro di
programmazione con le insegnanti e cinque incontri individuali.
Trovo stimolante la proposta e, malgrado la brevità dell'intervento,
decido di accettare.
All'incontro di programmazione le insegnanti di A. non sono
presenti, e purtroppo sulla bambina non c'è nessun tipo di
documentazione su cui farmi una prima idea. Nelle prime settimane di
scuola contatto telefonicamente una delle insegnanti, ma le
indicazioni che ne ricavo sono piuttosto scarse.
Quello che segue è un frammento di relazione delle maestre
pervenutami successivamente al mio quinto intervento:
Il linguaggio di A. è fermo a poche parole, a canti e rumori non
chiari. Appena entra in sezione gira velocemente tra i tavoli, poi
si avvicina ai bambini che sono seduti sulle panche e si arrabbia se
tutti non sono seduti (anche gli adulti). Dopo alcuni giri attorno
ai bambini, si siede sui tavoli, per terra, apre cassetti, mettendo
in bocca tutto ciò che trova (puntine, gomme, carta, graffette
ecc.).
Alterna senza motivi precisi momenti tranquilli ad altri rumorosi e
agitati.
In altri momenti balla [nel senso di movimento in assenza di musica]
in continuazione per lungo tempo e osserva molto il prato dalla
finestra. Le piace molto giocare con delle corde che agita. Se trova
la porta aperta della sezione si infila velocemente al piano
disopra; se trova la finestra aperta vuole uscire scavalcandola. Noi
insegnanti dobbiamo spesso rincorrerla per il prato, con il
risultato che lei corre più forte.
I primi tre incontri.
Nel primo incontro (novembre 1998) percepii A. ancora prima che
entrasse: correva piangendo e urlando per il corridoio. La maestra
che l'accompagnava aveva gli occhi umidi e con un tono assai
depresso mi disse: noi non sappiamo più cosa fare.
Entrata dentro, A. si calma, vagando per l'aula avvicinandosi ogni
tanto a uno dei diversi strumenti presenti (tamburo, bonghi,
chitarra, metallofono, xilofono), con ritmo veloce ed energia, senza
mai incrociare il mio sguardo, pronunciando ogni tanto qualche
vocalizzo o parole incomprensibili.
Quando prendeva possesso di uno strumento lo manipolava con
aggressività tentando frequentemente di introdurlo in bocca non per
assaggiarlo, ma per contenerlo.
Per alcuni istanti si avvicina alla chitarra e al metallofono
toccandoli con garbo senza però produrre suoni.
Nel secondo e terzo incontro eliminai alcuni strumenti, ma le cose
non andarono meglio, sempre più frequenti i tentativi di mettersi in
bocca piccoli o grandi strumenti. Qualsiasi mia sollecitazione o
sonorizzazione musicale era da lei ignorata o rifiutata. Si muoveva
saltellando, piroettando girava in tondo per l'aula a volte
correndo, bloccandosi brevemente su qualche oggetto, per poi
riprendere a muoversi. Ogni mio tentativo di incrociare il suo
sguardo era da lei evitato quasi sistematicamente.
Commento. Ogni tentativo del MT di entrare in relazione viene
squalificato dalla b.
Sempre più tendeva ad appropriarsi di quegli strumenti che per
l'occasione avevo riposto in luoghi meno visibili per il timore che
lei potesse farsi male o fare danni. Mentre faceva questo ripensavo
alle sue scorribande descritte dalle maestre e mi venne in mente:
Mostropeloso il personaggio di una favola (H. Bichonier, ed. E.L)
come lei molto attivo e creativo nel terrorizzare adulti e bambini;
questo mi sembra essere il suo progetto: confliggere,
provocare.
Commento. Il MT utilizzo la logica metaforica, come strumento di
comprensione profonda del mondo dell'altro. Quindi, in assenza di
diagnosi e conoscenza analitica (tipica struttura dell'emisfero
sinistro), il MT ha fatto ricorso alla conoscenza globale e
gestaltica, tipica dell'emisfero destro.
La sua tattica mi sembra chiara: dato un sistema ambiente cogliere i
punti critici agendo su di essi. Per ingoiare puntine, farsi
rincorrere in un prato o in un aula con degli strumenti in mano o in
bocca, occorre abilità e precisione, non si può troppo improvvisare:
questo pareva essere il suo mestiere. Mi chiedo: perché questo?
Commento. Il perché è qui inteso non tanto come ricerca della causa
(magari anche remota, del passato), ma come scopo, progetto rivolto
al presente-futuro. Questo atteggiamento è tipico della mentalità
umanistica: in tale visione l'uomo è inteso come progetto, non
sovradeterminato dall'ambiente o dal passato. Il passato è
importante, ma ancora di più è la posizione esistenziale nei
confronti del presente-futuro, cioè la progettualità. Così il
sintomo diventa segnale non tanto di un problema del passato, ma di
un progetto implicito, che è essenziale scoprire e riconoscere.
Mi chiedo: quali sono le capacità implicite?
Commento. Altra tipica espressione della mentalità umanistica:
l'attenzione alle risorse, in base al presupposto che le persone
hanno tutte le risorse necessarie a risolvere i loro problemi.
Esempio estremo di questo atteggiamanto lo troviamo nell' "Uomo di
febbraio" di Milton Erickson: anche quando la persona non ha la
specifica risorsa, dispone comunque sempre di una risorsa più
generale: l'inconscio plastico, capace di nuovi apprendimenti in
grado di arricchire in modo decisivo la sua mappa del mondo. Dal
momento che le esperienze interne sono altrettanto efficaci di
quelle esterne (altro presupposto della PNL e dell'ipnosi
ericksoniana), utilizzando la trance si può produrre molta
esperienza interna trasformativa. La sorpresa, l'interruzione di
schema, come vedremo, sono esempi di pattern ipnotici, in grado di
generare un cambio nello stato di coscienza, e quindi una trance,
che può essere utilizzata per offrire alla persona l'esperienza
correttiva della quale ha bisogno.
Oltre a questi momenti di attivazione A. per due o tre volte,
nell'ambito dei tre incontri, per brevi momenti si accartoccia per
terra, in posizione quasi fetale: piangendo, gridando, strappandosi
i capelli e guai ad avvicinarsi: il suo era un urlo spaventoso di
dolore e solitudine che fece scuotere il mio cuore e il mio
pensiero. E' a me che parlava? E per dirmi che cosa?
Commento. Il MT è fortemente coinvolto emotivamente, risuona,
compartecipa con il suo corpo, convibra, e si interroga.
Dopo il terzo incontro ritornai a casa quasi rimproverandomi di aver
scelto un mestiere così difficile.
Commento. Temporanea elicitazione di una subpersoanlità depressa,
che si attribuisce responsabilità in eccesso. Si autorimprovera, si
attribuisce la colpa.
Mi chiedevo quanto tempo avrei potuto passare con lei prima di
cogliere, attraverso il suono e la musica, una reale apertura, un
interesse significativo. Mi rimanevano due incontri, per fare che
cosa? Avevo sbagliato ad accettare un incarico per cinque incontri
solamente? Come avrei potuto oltrepassare quella solitudine? Rividi
gli occhi lucidi della maestra e li feci miei.
Commento. Allargamento dell'empatia del MT al contesto più ampio
della relazione con l'insegnante.
Ero confuso, mi trovavo di fronte ad una bambina piena di energia e
di vita, che si comportava con tratti in parte simili ad altri
bambini autistici seguiti in passato. Eppure una parte di me sentiva
di essere nel posto giusto al momento giusto.
Il MT ascolta una voce interna che lo sostiene, che lo incoraggia,
non lo rimprovera della scelta fatta.
Probabilmente è la voce di una parte più evoluta, più vicina al sé
superiore, dotata di visione più ampia, in grado di sviluppare
intuizione, e produrre soluzioni creative.
Il quarto incontro.
Avevo eliminato tutti gli strumenti tranne un timpano, posto al
centro della stanza, un'armonica a bocca che tenevo in tasca (due
ancore personali) e un telo tubolare elastico di colore rosa, (pegno
e testimone delle ricchissime esperienze fatte durante gli anni di
supervisione e collaborazione con Stefania Guerra) telo che mi ero
portato dietro senza avere, in verità, una esatta idea di cosa ne
sarei fatto. Ero partito con un mare di strumenti per ritrovarmi
spogliato davanti a una bambina di quattro anni.
Commento. Il MT ammette con molta sincerità la sua momentanea
impotenza: i suoi progetti consapevoli, le sue strategie basate
sulle conoscenze professionali non lo aiutano. Si trova nudo davanti
alla bambina. Il riconoscere questo, senza più addossarsi colpe,
senza cadere nel vissuto depressivo, consente al MT il passaggio
alla fase creativa del suo intervento. "Spogliato" significa qui:
senza risorse consce. Si apre la porta alle risorse inconsce
dell'intuizione, non programmabili, non prevedibili.
Ecco che cosa successe:
A. entra nell'aula subito un po' stupita di vederla ancora più
libera, si guarda intorno con occhi apparentemente innocenti, non
c'è molto da portare via, boicottare, gettare, imboccare, addentare
ecc., in compenso ci si può muovere. Io sono a disagio, senza
strumenti mi sembra di non poter fare niente. Mi abbandono a quello
che, il mio cuore, la mia mente intuitiva e inconscia, la mia rabbia
di Re nudo mi spingono a fare: entrare nel telo e gridare: AIUTO
!!!! E ancora: AIUTO!!!
Segue una lunga pausa di silenzio.
Poi ancora silenzio. Sono ricurvo a terra dentro il sacco. Da lì
butto l'occhio quanto basta per vedere A. incredula, stupita, un po'
preoccupata e un po' divertita e soddisfatta: quante persone fino ad
oggi ha messo nel sacco con i suoi comportamenti distruttivi! Adesso
è riuscita a farlo anche con me. C'è però una differenza: io nel
sacco mi ci sono messo davvero, e volontariamente, lasciando cadere
la mia maschera di adulto che controlla la situazione.
Commento. L'azione metaforica è qui espressione di un atteggiamento
di piena trasparenza: "aiuto, non so che cosa fare". Questo
significa contatto con la realtà, uscire dalla maschera, dal ruolo
professionale. Uscire dalla maschera, essere autentici, per la
visione umanistica, è un prerequisito essenziale per fare terapia.
Dalla maschera non si può aiutare nessuno. Ma uscire dal ruolo è
spesso molto difficile, perché occorre il coraggio di mostrare la
propria vulnerabilità, il coraggio di rischiare, di essere rifiutati
davvero, feriti. Come la corenergetica insegna, però, la vera forza
sta proprio qui: nel coraggio della verità.
D'altra parte, il messaggio veicolato dall'azione metaforica del
cadere nel sacco contiene anche un altro livello: esso è espressione
di creatività, cioè espressione di una risorsa fondamentale
dell'essere umano. La vera creatività è parte essenziale
dell'energia vitale. Questo significa agire in modo da interrompere
l'altra forza, quella distruttiva, nella quale la bambina si trova
impigliata. Il MT agisce così perché non è caduto nell'inganno
dell'apparenza: ha visto dietro il comportamento della bambina un
grande potenziale di risorse. Ci ha creduto profondamente. Questa
convizione passa attraverso il suo messaggio creativo. La bambina
quindi non viene squalificata, come accadrebbe se il MT facesse
finta di padroneggiare bene la situazione, arroccandosi nella sua
posizione di ruolo. E non viene neppure rifiutata: non gli dice
nessun tipo di NO. La bambina viene accettata a differenti livelli:
del comportamento distruttivo di superficie, e delle risorse
profonde che stanno dietro questo comportamento. La difficoltà sta
tutta qui: nel non accettare una parte negando l'altra, ma
riconoscere entrambe e offrendo una via di soluzione creativa, che
esca dai binari già percorsi infinite volte.
L'azione metaforica in tal caso funziona da interruzione di schema,
e quindi elicita nella bambina uno stato di trance (la bambina si
ferma in silenzio, incantata, stupita, sorpresa, divertita). La
trance, in senso ericksoniano, significa stato di coscienza
creativo, diverso dall'ordinario, senza più i limiti e gli schemi
ripetitivi dello stato ordinario. Ecco quindi la bambina che inizia
a relazionarsi in modo del tutto nuovo, a giocare insieme, in modo
creativo e cooperativo.
Ora non vedo più la bambina. Poi qualcosa mi spinge da dietro e si
sta stendendo sulla mia schiena aggrappandosi. E' lei. Stento a
crederci, eppure è vero. Adesso si stacca e si allontana, guarda il
sacco dove sono rinchiuso: è perplessa. Si avvicina, prende le
estremità del telo, avvicina la testa e mi guarda semi sorridente,
ci guardiamo e attraverso i suoi occhi accesi e grandi mi sembra di
intuire esattamente chi ho davanti: caduta la mia maschera ora cade
anche la sua. Da questo momento in poi nulla sarà come prima. Da
adesso io so chi è lei, e lei sa che io sono con lei. Esco dal
sacco, glielo dico, gli dico quello che penso, poi giro con lei;
tiro fuori delle cose che ci possono essere utili, c'è un mazzo di
carte, lei ne prende sei o sette e le tira via, poi mi guarda.
Meraviglioso! Sempre girando in tondo intorno al tamburo, io prendo
tutto il mazzo e con immenso piacere tiro per aria le carte, la
rincorro, mi faccio rincorrere, scappo, mi faccio prendere: mi
guarda divertita, cerca il mio contatto, tiriamo per aria altre
cose, fa dei vocalizzi acuti sorridendo. Prendo l'armonica dalla
tasca e la rispecchio: le piace. Corriamo tirandoci per il sacco,
come se fosse una corda. I suoi occhi mi cercano e i miei la seguono
senza interruzioni. Contatti giocosi, accarezzamenti (dialogo
tonico) e lo sguardo sono le vie del nostro incontro.
Abbiamo superato il tempo a disposizione. Guardo l'insegnante seduta
nell'angolo della stanza: ha la bocca aperta e lo sguardo nel vuoto;
sembra non crederci.
Quinto incontro.
Ho riproposto lo stesso dispositivo della volta precedente ricevendo
da A. una apertura ulteriore e per un tempo maggiore. Giochi in
movimento, contatti visivi, dialogo tonico hanno dato vita ad una
relazione nuovamente intensa e felice.
Un anno dopo.
A un anno di distanza circa, dall'ultimo intervento, ho ripreso a
lavorare con A.. Sono riuscito a superare una certa diffidenza dei
genitori (verso l'ambiente scolastico di A.) e a confrontarmi così
con loro. Anche per questo il percorso sviluppato durante questi
otto incontri mi ha gradualmente permesso di comprendere meglio le
sue modalità di relazionarsi ed esprimersi con il suono. Ho
utilizzato la sua abitudine ad ascoltare, a casa, musiche di cartoni
animati e canzoni per bambini. Delle stesse musiche ho creato alcune
basi che le proponevo di ascoltare, aggiungendoci, sul momento,
l'intervento di alcuni strumenti (tamburo, tastiera, piatti, bonghi)
che anche lei ha cominciato così ad esplorare.
Abbiamo continuato a giocare a muoverci, correre, rincorrerci, per
la stanza posizionando, qua e là degli strumenti sui quali ogni
tanto A. si soffermava a suonare, e io con lei.
Non sono mancati momenti di chiusura, ma mai, ad esclusione del
primo incontro, comportamenti provocativi o oppositivi; in nessuno
degli otto incontri ha portato alla bocca un oggetto.
In sezione A. va seguita, e diversi comportamenti problematici
permangono, ma la percezione che le maestre hanno di lei è cambiata:
vedono meglio le sue risorse e comprendono maggiormente il senso di
alcuni suoi comportamenti.
Bibliografia
Bandler R., Grinder J., I modelli della tecnica ipnotica di Milton
Erickson, Astrolabio, Roma, 1984.
Bandler R. Grinder J., La metamorfosi terapeutica, Astrolabio, Roma,
1980
M. Scardovelli, Musica e trasformazione, Borla, Roma 1999
M. Scardovelli, Subpersonalità e crescita dell’io, Borla, Roma, 2000
--------------------------------------------------------------------------------
[1] Il titolo prende spunto dalla favola popolare “Il bambino nel
sacco”, Fiabe italiane, raccolte e trascritte da Italo Calvino, Vol.
1°, Einaudi, Torino, 1956.
[2] Il testo è a cura di Pier Giorgio Oriani, musicoterapeuta, il
commento è a cura di Mauro Scardovelli, psicoterapeuta
MAURO SCARDOVELLI
Mauro Scardovelli,
musicista, psicoterapeuta, musicoterapeuta, trainer di
programmazione neurolinguistica, esperto di ipnosi ericksoniana, è
ricercatore presso l’Università di Genova. Membro didatta di Pnl
Meta di Milano e dell’IIPNL di Bologna, ha al suo attivo numerose
pubblicazioni in campo psicologico e clinico.
PIER GIORGIO ORIANI
musicoterapeuta (F.I.M.), docente di educazione musicale. Formatore
e Master in programmazione neurolinguistica (ALEPH).