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Approfondimenti

UNA MUSICA PER L'HANDICAP IN CHIAVE DI FA-RE

(da "Musicoterapia per l'Handicap", Atti del 3° Convegno di Musicoterapia, Verona, 1996)

di Franco Larocca

Le note introduttive di questa prima relazione d'apertura di questo Convegno, vogliono essere un semplice, esplicito richiamo al tema centrale dell'interesse della Pedagogia Speciale per questa disciplina : la "Musicoterapia per l'handicap".
Musicoterapia ovvero terapia che si serve della musica per andare incontro a soggetti affetti da deficit e da handicap.
Terapia da terapeuo significa "aiuto", "servo con onore" e tutto ciò che noi facciamo per ridurre l'asimmetria tra chi soffre di una menomazione e tutti coloro che godono della integralità delle proprie funzioni; ma non si identifica con la riduzione di asimmetria, cioè con l'educazione.
Una Terapia è tanto più vicino all'Educazione quanto più è attiva.
La Musicoterapia, allora, è forse la più vicina di tutte, fra tutte le terapie, all'educazione, in quanto non agisce su un soggetto passivo, ma obbliga a fa-re.
Ecco la chiave, ecco il motivo centrale del nostro interesse: in Musicoterapia ci si serve della musica come mediatore eccellente in cui esperienza diretta, analogie, simbolismo, consentono al soggetto di rappresentarsi la realtà in modo soggettivo e insieme interpersonale anzi, universale. Ci parlerà di questo, dell'ISO Universale, il prof. Benenzon.
"La musica è pensiero senza parola, è divenire senza corruzione, è azione, è fare" - come appunto si esprime lgor Strawinsky, scrivendo a Robert Craft.
E allora, una prima riflessione:
Musicoterapia è comporre musica
Oddio, comporre musica parlando di soggetti affetti da deficit e da handicap?
Quando si pensa alla Musicoterapia, si pensa ad una fruizione passiva della musica? Non ci siamo! Questa non è Musicoterapia: l'ascolto è un surrogato dell'esecuzione e l'esecuzione fedele senza interpretazione personale, e quindi ricreatrice, è un sottoporsi a plagio.
Musicoterapia è fa-re musica, comporla, anche improvvisando.
Howard Gardner parla di competenza musicale come di una forma autonoma di intelligenza, e certamente sorprende come si abbia, per esempio nell'autismo, una costante concomitante attitudine musicale, attitudine spesso presente in soggetti idrocefali ed in vari tipi di cerebrolesioni.
Sappiamo, ormai, che la competenza musicale è a carico del lobo temporale destro, mentre la competenza del linguaggio verbale e della comprensione razionale, interessa principalmente il lobo temporale sinistro. Ma sembra anche accertato che una grande competenza musicale, dovuta oltre che a fattori genetici e a sistemi di valori come possiamo pensare a proposito di Bach, Mozart, Heydin, è dovuta a procedimenti congrui di insegnamento e pertanto finisca con l'interessare anche l'emisfero sinistro, tramite il corpo calloso.
In Educazione Speciale, l'uso della Musicoterapia attiva, il fa-re musica non è forse all'origine di una ripresa dell'uso della parola e del riconoscimento e della cognizione?
Certamente, musica e linguaggio sono sfere autonome e non confonderemmo mai una a-musia con una a-fasia e viceversa, ma il potere ri-costitutivo, se non costitutivo originario della musica, del fa-re musica, va sempre più imponendosi ai ricercatori.
Se tralasciamo dì considerare i fattori genetici e i sistemi di valori che pure sono importanti, i sistemi di valori per la creatività, per ogni tipo di creatività, e prendiamo ad esempio un genio precoce, quale è stato Arthur Rubestein, possiamo dire che all'origine di tutto il suo sviluppo di personalità, vi fu il talento musicale mediante il fa-re musica.
Molti geni precoci che non sono aiutati a fare musica, a fa-re musica, ripeto, a fare musica - non a solfeggiare- divengono ben presto prodigi mancati, perché demotivati a fare; la scintilla accesa del lobo temporale destro non infiamma olisticamente la personalità e non informa il carattere. L'educazione del "dire" ha ucciso la musicalità del 'fare".
Sì, perché fa-re è anzitutto comporre suoni, anzi fa-re rumore, dare ritmo e tono e timbro al gesto esteso perché la musica deve essere, come si esprime Strawinsky, anzitutto vista, perché la musica è intelligenza spaziale prima ancora che temporale.
Nel fa-re musica s'ha integrazione di sonorità corporea e movimento del corpo e della mano; il fiat divino rappresentato da Michelangelo nella Cappella Sistina è un fa-re della mano onnipotente del Compositore delle armonie e melodie e accordi celesti intrisi, persino, nell'atomo.
Il nostro fare musica è forse solo un'eco del moto di quella mano! Come ci è difficile cogliere il fine dell'Armonia Universale dell'esserci, così ci è difficile cogliere il fine della Musica. Eppure, ci ricorda Claude Levi-Strauss, "...non si prende sul serio la musica, non si riesce a spiegare nulla della condizione umana".
I popoli primitivi lo sanno bene! Forse perché le prime informazioni dell'altro, i primi turbamenti del feto sono legati al primo senso propriamente umano che si sveglia alla vita dello spirito, alle perturbazioni dell'animo, che per gli antichi era insieme "aria" e "anima" : anemos.

Una seconda riflessione che ho intitolato:
Fare Centro
Il contesto umano è sonoro fin dall'inizio della vita. Non esiste, non esiste il silenzio assoluto. Leopardi! Ricordiamo l'idillio 'L'infinito":
"... e come il vento odo stormir tra queste fronde io quello infinito silenzio a questa voce vo' comparando...."
Il non-verbale non è privo di suono e rumore, movimenti ritmici e melodici. Cammino e mi muovo, vibro, parlo, respiro!.... vibro, grido, vagisco. E' già musica il fare, gestazione è fare. Nel battito cardiaco del feto, in accordo con quello materno e con l'universo amniotico in cui galleggia, riecheggia il fiat.
Al Centro la vita si dà un gran da fa-re: dal fare spazio all'altro, al fare un rito, al fare parte l'un dell'altro, al fare l'amore oltre il fare sesso, fare attenzione e fare conto e fare mente per fare parte nel fare gruppo, è un fare nascere. Così fare è come creare. Fare musica è dialogo creativo in quel dialogo divino in cui tutto si dischiude in armonie ritmiche e le cui sonorità si comunicano e imprimono in ogni uomo nel fare bene, nel fare male, fare torto, per fare paura, nel fare colpo, nel far rimbombo e poi ancora nel fare moto, nel fare danza, nel fare piacere, nel fare conoscenza.
La vita è tutta un soddfis-fare la pregnante urgenza del timbro vocale del Fiat
La musica, suono o rumore che sia, percussione, espressione, stridore, fischiar de la bufera… la psicoprofilassi del mal di vivere, riabilitare, recuperare… è rinascere al suono.

Una terza e ultima riflessione:
Quale linguista mai potrà supporre che il significato di "questa" parola è nella sua musicalità?
La scuola di Palo Alto (WatzIavich, Berne ecc) ci ha insegnato che il livello analogico della comunicazione accompagna quello numerico e la funzione meta-cognitiva, cioè quella della definizione reciproca dei dialoganti. Non ha la scuola di Palo Alto, a mio avviso, insistito che questa, proprio questa pa-ro-la nella sua singolare unicità e irripetibilità, acquista senso e significato proprio e solo dal suono, dalla sua musicalità, dal tono, dal ritmo e timbro con cui s'apre alla luce dell'intelligenza:
questa parola questa parola questa parola QUESTA PAROLA questa parola
è come dire:
mamma mamma mamma mamma mammaaa
Nei testi del professor Benenzon, (peccato che non ci sia il suono, ma lo si comprende bene!) s'ha modo di cogliere come si riesca a comunicare con un autistico al di là del significato della parola, dentro alla musicalità espressiva della voce.
li livello numerico è totalmente dipendente dal potenziamento comunicativo del livello analogico, sonoro, musicale .... : l'importanza dei toni di voce!
Allora, se il ritmo della musica, del gesto visto e del fare movimento, diventa la porta d'entrata nella musica, per solito, e se l'energia sonora riesce a risvegliare dal coma, e se il potere emozionale soffia all'orecchio, e ci sconvolge nel talamo appetiti assopiti, la musica, il fare suoni coi proprio corpo, nel proprio corpo, entro corpi inerti che s'animano e vibrano e inviano a distanza il nostro grido o la nostalgia del nostro cuore, può certo essere e risultare la terapia dominante per ridurre l'asimmetria tra l'handicap che ci attanaglia e la vocazione divina che ci suona dentro.
Ma occorrerà non più o non solo, essere attenti ascoltatori, né meri esecutori, né soltanto interpreti di creazioni altrui, ma compositori in proprio della propria musica.
Nella musica e con la musica, nel suo fare e coi suo fare improvvisazioni, nel fare esperienza d'aria perturbata, a modo proprio, l'autistico comunica, il sordo danza a tempo, il down capisce il mondo, l'idrocefalo acquista sicurezza e senso del tempo, il folle riempie di sostanza la vita, il comatoso torna dal sonno e il bambino nasce al suono coi suo primo vagito.
Ecco il senso della proposta e, concludo, di chi sa fare scuola con la Musicoterapia : Rolando Benenzon che ci introduce questa mattina sul tema del (e questo è il titolo che sarebbe dovuto essere messo sulla locandina) "Nascere e Ri-nascere " : un Fa-re Ricerca e un Fa-re Scuola. Un fare e ri-fare la vita di chi nasce al suono e di chi ri-nasce coi suono, non importa se di strumenti o di sciabordii di oceani amniotici o di corde vibranti di fiato o di gongs sbattuti con forza. La sua vita è fa-re e far fa-re musica. Il suo pensiero è Pedagogia in fa-re, e diciamolo in volgare:
"Tra la pedagogia dei dire e la pedagogia dei fare c'è di mezzo un mare…… ". Attraversiamolo!

FRANCO LAROCCA

Professore ordinario di Pedagogia Speciale all'Università di Verona, ove è anche direttore del Dipartimento di Scienze dell'Educazione nonché responsabile del Gruppo di Studio e Ricerca sull'Handicap e del CEP-CRISIS (Centro di Educazione Permanente - Centro di Ricerca Intervento - Studi Interdisciplinari sullo Svantaggio) e del Centro Disabili. Attualmente dirige la Scuola di Specializzazione interateneo per la formazione di insegnanti specializzati per le attività di sostegno. E' autore di numerose pubblicazioni di pedagogia, di metodologia della ricerca pedagogica e di pedagogia speciale per l'handicap.
 

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