di Francesco Comina
giornalista e scrittore
«La mia identità l’hanno formata i poveri» ci dice fratel Arturo
Paoli una sera a Bolzano mentre ceniamo. Da 96 anni questo
piccolo fratello del vangelo lucchese cammina lungo i sentieri
impolverati del mondo trovando rifugio fra i dannati della terra
(dai boscaioli argentini ai contadini salvadoregni, dai sem terra
brasiliani agli abitanti delle tante favelas). È un giusto fra le
nazioni, ha salvato vite di ebrei perseguitati dal nazismo, ha
sperimentato liberamente la propria ricerca d’infinito, ha vissuto
nel deserto algerino e ha alimentato la teologia della liberazione
latinoamericana. Ha fuso insieme terra e cielo. Non si è mai fermato
e anche oggi continua a cercare.
Roberto Ghiozzi ascolta in silenzio il racconto di questo «giusto
fra le nazioni», quasi riconoscendosi in molte delle cose che dice:
«Anch’io – mi confida più tardi - sono un nomade come Arturo,
anch’io ho viaggiato sulle navi e anch’io posso dire di essere stato
formato dagli ultimi rifiutati dalla società».
Roberto è un musicista. Ha suonato un po’ dappertutto. Era il
tastierista dei «Satelliti», un gruppo rock noto negli anni Sessanta
per aver suonato al fianco di Celentano.
Sull’onda del successo, una volta sciolto il gruppo nel 1971, ha
cercato nuove esperienze musicali ed umane in America. Suonava dove
capitava e con chi trovava, anche solo per una sera. A New York si è
immerso nei gironi notturni della vita da sballo cogliendo l’attimo.
Per due anni ha ripercorso, forse senza nemmeno saperlo, la vita di
Thomas Merton, il famoso monaco trappista del Kentucky, bandiera
della contestazione contro la guerra del Vietnam, morto
inspiegabilmente a causa di un ventilatore difettoso in una stanza
d’albergo a Bangkok. I racconti di Roberto di quell’esperienza
americana mi fanno pensare sempre al giovane Tom che girava nei pub
newyorkesi ascoltando il jazz e il blues fino a trovare Dio nel
volto sfigurato dei barboni che dormivano agli incroci della grande
città: «Quello che indosso – diceva – è un paio di pantaloni. Quello
che faccio è vivere. Il modo in cui prego è respirare».
Rientrato in Italia, Roberto ha fatto il pianista sulle navi dei
turisti in rotta nei mari del nord. E ha continuato a suonare al
pianobar nei locali notturni fino alla metà degli anni Ottanta.
Poi la sua musica è stata catturata dal volto degli altri: i
sieropositivi, i malati terminali, i sofferenti, gli emarginati. Ha
aperto i suoi registri sulla dimensione ultima della morte, in
quello spazio armonico che ondeggia fra un prima e un dopo, fra
l’essere e il non essere. Ma, soprattutto, ha fatto i conti con la
tragedia della perdita di un caro amico, ucciso dall’Aids:
«Improvvisamente - ricorda Roberto - mi sono sentito tremendamente
solo. Ero stanco di vivere in questi ambienti, desideravo sospendere
la professione. Mi sentivo particolarmente solo e insoddisfatto.
Roberto parla di conversione, come se di punto in bianco la musica
di prima non fosse più la stessa musica. Le domande di senso
incalzano: «Mi rendevo conto – ricorda – che la mia musica
contribuiva in qualche modo a spingere il pubblico a consumare più
alcolici, a sballarsi. Ero stanco di tutto questo».
È il momento rivelativo. Roberto si mette a cercare e scopre la sua
dimensione «cosmica». Alcuni monaci, in particolare Franco, un
camaldolese, gli indicano una via. Roberto la percorre con gli
interrogativi di sempre..
Entra nei «sotterranei della storia» (un centro di recupero per
tossicodipendenti) dove i giovani degli anni Ottanta tentavano
disperatamente di uscire dai tunnel: «In poco tempo – ricorda
Roberto - conobbi molti giovani schiavi dell’eroina e di altre
droghe. Non riuscivo a capire il perché di tutta questa sofferenza.
Nel centro incontravo giovani che buttavano la loro vita per
rincorrere una sostanza: era il loro dio, il loro idolo. Mettevano
sull’altare la bustina davanti alla quale si inchinavano, e
sacrificavano tutti i loro sogni. Era un ambiente nuovo per me,
molto coinvolgente. Alcune ragazze avevano l‘età delle mie figlie.
Sentivo che per me era naturale stare vicino a queste persone. Ma
spesso mi assaliva il dubbio la stanchezza; allora mi sorprendevo a
domandarmi: “Che cosa ci sto a fare qui?“, e subito dopo mi
rispondevo con un senso di pace: “Questo è il mio posto“. In questi
luoghi la mia vita acquistava un senso. Ripensavo a tutto il lavoro
di prima: i pianobar, le discoteche, i nights. Una realtà assurda,
vuota, che non mi dava più niente. Mi dicevo spesso: “C’è tanta
sofferenza, questi ragazzi si drogano, si distruggono, si uccidono.
Se riesco a tirarne fuori anche uno solo, a fargli capire quanto è
bella e preziosa la vita, nonostante tutto, la mia esistenza può
avere un significato, potrò dirmi che non ho vissuto inutilmente”».
La musica è l’arte di Roberto. Quella musica che, fino a poco tempo
prima, era servita a intrattenere i clienti dei locali, sarebbe
potuta diventare uno strumento importante di accompagnamento alla
vita, ma anche di cura di malattie del sistema nervoso, psichico, o
come fonte di energia per uscire dalle dipendenze.
Roberto approfondisce i suoi studi ed è invitato, dopo la
presentazione di una sua ricerca nel campo dell’a.i.d.s, a fare
parte del Gruppo di Studi e Ricerca della Cattedra di Pedagogia
speciale per l’handicap della Università degli Studi di Verona, in
seguito decide di intraprendere, parallelamente alla sua attività di
terapeuta un nuovo corso professionale e, in collaborazione con
lAgenzia Cesfor di Bolzano, apre una scuola di musicoterapia
ispirata ad un approccio, da lui ideato e sviluppato, denominato:
Musicoterapia Umanistico Trasformativa. Fonda una associazione
cuturale senza scopi di lucro: “Punto di Svolta” e un Gruppo di
Studio e Ricerca in musicoterapia con sede a Verona.
Nel 1993 le sue mani suonano il piano per i pazienti terminali
colpiti dall’Aids. Tramite un progetto della Caritas tedesca di
Bolzano entra nel reparto infettivi del San Maurizio. È un lavoro
delicato, difficile, tutto incentrato sulla relazione umana. Il
suono comunica, racconta, svela, rivela. Si instaura un clima
«religioso», nel senso proprio del termine, ossia di legame
profondo, di relazione fra la realtà e il mistero.
La prima esperienza è illuminante. Roberto comprende che da ora in
avanti quella sarà la sua professione. Studia, viaggia, impara,
ascolta, sperimenta.
L’attività si estende ad altri ambiti: bambini autistici,
cerebrolesi, patologie compulsive come il gioco d’azzardo
patologico, atrofia spinale degenerativa, coma e postcoma.
L’ospedale di Negrar a Verona per pazienti in stato di coma, si
avvale della sua collaborazione. Roberto, con l’apporto di alcuni
colleghi, lavora meticolosamente con la musica per motivare i malati
al risveglio. Suona, tenta di entrare in un rapporto di empatia,
verifica l’effetto prodotto da quel suono, analizza i dati, filma
ogni piccolo atto del paziente perché il minimo movimento potrebbe
offrire elementi utili alla terapia medica. E' un lavoro faticoso,
possibile grazie ad una forte autodisciplina meditativa. Ogni giorno
Roberto si prende il tempo per svuotarsi, a dare sostanza al vuoto,
ma non nel senso negativo che questa parola ha assunto in occidente,
ma con la profondità dell'oriente, come lo argomentano i monaci
tibetani. Ha scritto il saggio Rinpoche: «Il vuoto, natura ultima
del Dharmakaya, corpo assoluto, non è un semplice nulla. Esso
possiede intrinsecamente la facoltà di conoscere tutti i fenomeni.
Tale facoltà costituisce l'aspetto luminoso e cognitivo del
Dharmakaya, la cui espressione è spontanea. Il Dharmakaya non è il
prodotto di cause e di condizioni ma è la natura originale della
mente».
Il percorso di Roberto continua in profondità con la sua ricerca, la
sua attività di terapeuta, i suoi numerosi viaggi, le conferenze in
Italia ed all’estero e la sua attività di formatore. Tutto questo,
come lui stesso dice, per essere al servizio dell’altro, per
divenire esperti in umanità, per uscire dalla illusione della
separatività, e, rifacendosi alla visione sistemica della vita,
afferma: non siamo isole ma un continente, siamo tutti collegati
esseri animati e non.
1. Arturo Paoli, Piccolo Fratello di Charles de Foucauld, ha vissuto
operando per oltre 40 anni in America Latina.
2. Thomas Merton, scrittore e mistico