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Approfondimenti

Al capolinea della vita. Lasciare andare. Lasciarsi andare

(da : Rocca, Anno 60 - n. 2 15 gennaio 2001)

di Roberto Ghiozzi

La prima volta che mi sono chiesto del perché della morte è stato da bambino intorno agli otto anni di età quando andò tra le braccia del Padre, così mi consolava mia madre, la nonna materna, persona per me profondamente significativa.
Da allora contattai sentimenti di paura, rabbia, ingiustizia, incredulità.
La notte avevo paura del buio e non riuscivo a pregare, come mi aveva insegnato la nonna, perché quel Dio di cui lei mi parlava non lo riconoscevo, pensavo solo ad un Essere ingiusto e cattivo che mi aveva privato di una persona così cara ed importante per me.
E' passato molto tempo da allora, i criteri ed i valori sono quelli di un adulto ma certo l'esperienza di questi ultimi otto anni, in cui lavoro con pazienti terminali, è stata determinante per l'idea che adesso ho della morte e del processo del morire.
Svolgo il mio servizio per conto della Caritas di lingua tedesca a Bolzano principalmente presso il reparto infettivi dove in qualità di musicoterapeuta accompagno pazienti terminali ammalati di Aids; personalmente ho avuto il privilegio di assistere fino al momento estremo quasi cinquanta persone.
Il rapporto con i pazienti di solito si instaura alcuni mesi prima dell'aggravarsi della malattia, in questo modo nasce una relazione profondamente significativa dove non si parla di utente o paziente ma di amico e amica; la ricchezza che ricevo da questi incontri è intensa e posso sintetizzarla in una frase che ho detto a M. pochi giorni prima che morisse: «Tu che stai morendo sei per me maestra di vita».
Ed è proprio vero.
Quante paure inutili e visioni distorte della morte spariscono stando vicino ad un morente che ha tempo di elaborare ciò che sta accadendo!
E' possibile capire che davvero la morte non è quella cosa così spaventosa e terribile che ci spaventa fino da piccoli; paura, quella della morte, che definirei «madre di tutte le paure».
Quando una persona viene a sapere che non avrà molto tempo da vivere attraversa un processo caratterizzato dai seguenti cinque stadi, così bene descritti dalla grande esperta dott.ssa Elisabeth Kublev Ross, sta di che non si verificano sempre nel solito ordine ed è anche possibile provare due tre stadi simultaneamente:
1) Stadio del Rifiuto e Isolamento: in questo stadio emerge il meccanismo di negazione: «non ci credo, i medici sicuramente si stanno sbagliando, sono stati scambiati i risultati delle analisi con quelli di un altro paziente, non è possibile ecc. ecc. » Questo meccanismo di difesa consente alla persona di contenere l'ansia e l'angoscia di fronte all'evento che la sua vita è giunta al termine.
Perché proprio a me?

2) Stadio della collera «perché proprio a me?». A questo punto il paziente di solito è aggressivo con tutti, rivela la sua ostilità rivolta a chi sta più vicino, a chi si rende più disponibile, verso amici come verso il personale medico infermieristico, prova rabbia e invidia verso coloro che continueranno a vivere dopo di lui.
Questa fase è molto difficile da affrontare ma è importante tenere presente che è pur tuttavia una grossa richiesta di vicinanza e di solidarietà espressa con tutta la drammaticità` della situazione, è un grido di aiuto e paura.

3) Stadio del venire a patti, mercanteggiare. E' chiamata anche la fase del patteggiamento «forse se prego Dio mi aiuta, ancora qualche anno di vita per sistemare delle cose incompiute dopo magari sarà pronto, D io se mi consenti di vedere al meno mio nipote laurearsi ti prometto che, ecc. ecc.».

4) Stadio della depressione. La persona si vede derubata del proprio futuro, non vede via d'uscita, non è possibile più negare la propria malattia. In questa situazione il morente corre il rischio di una chiusura sia a livello comunicativo che affettivo e di conseguenza il rischio h di isolarsi. Con grande tristezza e frustrazione contatta fino in fondo la propria impotenza, ritiene che nessuno sia in grado di comprendere la sua tragedia «sono io che sto morendo che ne sai tu!»: è il momento più tragico in cui tutto è buio e senza speranza a nessun livello sia fisico che spirituale.

5) Stadio dell'accettazione. La persona chiede vicinanza spesso con messaggi non verbali, inizia con determinazione ad elaborare ciò che gli sta accadendo, raramente con i familiari, di solito con volontari o con operatori preparati, motivati e capaci di ascolto empatico. Accetta che è arrivato « il momento di partire»: «quando moriamo è come osservare una nave che sparisce al l'orizzonte, non la vediamo più ma non vuole dire per questo che non ci sia» (M. De Hennezel). Rielabora rapporti interrotti da incomprensioni ormai inconsistenti: «quanti problemi inutili mi sono creato nella vita! ». IL- il momento del commiato e spesso si sentono messaggi che sanno di arrivederci e non di addii; oltre che perdonare gli altri è importante e necessario perdonare se stessi con amore e comprensione, ognuno a modo proprio parla e si confronta su temi inerenti la spiritualità, si fa e fa domande a persone di cui si fida, non sempre lo fa con gli «addetti ai lavori», pensieri di grande spiritualità spesso sono trasmessi da persone che continuano a dichiararsi atee fino all'ultimo, le quali credono in qualche modo ad una realtà d' amore: «non siamo riducibili ad un mucchio di atomi!». E' possibile assistere ad una profonda trasformazione di chi si trova vicino alla soglia: «mi sento parte di un amore immenso!» mi ha detto M. poco prima di morire. «Presto lascerò questa prigione dì dolore (il proprio corpo) e volerò in alto come un' aquila» questa è una frase di F. espressa da lui pochi giorni prima del suo «volare», ricordo i suoi occhi pieni di nostalgia per il futuro, come lui amava dire. L'accettazione della morte infine significa essere pronti a morire in ogni momento e di vivere ogni giorno come se fosse l'ultimo con la speranza nella Vita che nonostante tutto continuerà. Ho avuto lezioni di vita speciali da parte di molti amici che mi hanno preceduto nel passaggio ed è per questo che molti di loro sono stati per me dei maestri.
Importante è il tema del lasciare andare e lasciarsi andare.
E' necessario superare gli attaccamenti sia materiali che affettivi, i familiari di solito tendono a trattenere il morente e alcuni riescono persino a farlo sentire colpevole del fatto che muoia: « non andartene non puoi lasciarmi solo!». In queste situazioni amare è lasciare anelare la persona senza gettargli addosso le nostre paure ed il nostro egoismo, spesso non è tanto il dolore della morte della persona quanto quello di perdere qualcosa di importante al quale siamo attaccati. Ma l'attaccamento non è amore, la vita è piena dì piccole morti quotidiane che possono essere preparatorie alla morte definitiva, al meno in termini biologici. La vita, se vogliamo coglierla, ci conduce sempre al di là delle apparenze, al di là dei nostri giudizi, al di là dei nostri egoismi ecc. ecc. h necessario imparare a relativizzare ed a liberarsi da attaccamenti di ogni genere; ciò è basilare per la nostra evoluzione personale e ci aiuterà nel momento estremo a renderci consapevoli che siamo veramente immersi in un mistero che ci trascende e non pur essere altro che un mistero d'Amore.
Negli ultimi istanti quando il morente avrà concluso la sua elaborazione, ultimati i saluti farà quello che è necessario: abbandonarsi, affidarsi, lasciarsi andare.

Elisabeth Kubler Ross: «Vivere bene vuoi dire imparare ad amare. Per me Amore vuol dire Vita e Morte, perché sono la stessa cosa».

ROBERTO GHIOZZI

Roberto Ghiozzi , musicista, musicoterapeuta, master in P.N.L. umanistica, opera per conto della Caritas tedesca di Bolzano come operatore musicoterapeuta. Accreditato al Dipartimento di Scienze dell' Educazione dell'Università di Verona, è Direttore del Corso di Musicoterapia del Cesfor di Bolzano.

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