(Dalla rivista "Anthropos & Iatria" - anno 2 - n° 1 - 1998 - De Ferrari editore)
di Giacomo Gaggero
L'empatia musicale: alcune riflessioni
Il Tao che si può nominare
non è il Tao eterno
il Nome che si può pronunciare
non è il Nome eterno
Lao Tse, Tao-te ching.
Vittorio Mathieu nel suo bel saggio Le figure fondamentali
dell'interpretazione filosofica della musica(1) scrive che fin
dall'antichità la parola musica, che etimologicamente indica
qualsiasi attività sacra alle Muse, ha visto circoscrivere
progressivamente il proprio significato fino a riferirsi unicamente
all'arte dei suoni. Pare interessante chiederci perché l'arte dei
suoni acquisti, ad un certo punto, questo privilegio di richiamare
le Muse più di ogni altra(2).
Non ripercorreremo qui la complessa ed interessante indagine di
Mathieu, ma ci limiteremo a richiamarne alcuni passi che sembrano,
ai fini del nostro lavoro, particolarmente illuminanti e pertinenti.
"Le parole, nel loro articolarsi concatenato, colgono le idee solo
nello stadio finale della loro estrinsecazione; mentre la musica ci
riporta all'origine di tutto ciò, all'intenzione ideale pura"(3),
essa coglie cioè "l'intenzione allo stato nascente, già determinata
in sè, ma non ancora espressa o rappresentata di fronte alla mente
in forma di progetto"(4).
In ragione di ciò Mathieu ritiene che quella musicale sia una
modalità adeguata (ed anzi privilegiata quanto a capacità
rivelativa) ad esplorare quella dimensione originaria da cui tutti i
significati provengono.
Potremmo, per meglio connotare la natura di tale dimensione,
assimilarla ad una sorta di fonte originaria nella quale,
heideggerianamente, allo strutturarsi del linguaggio
nell'autenticità corrisponde un tacere autenticamente del silenzio;
intendendo con ciò che la matrice di senso del linguaggio autentico
e dell'autentico silenzio è la medesima(5).
L'accenno ad Heidegger ci rimanderebbe obbligatoriamente al
complesso tema dello statuto ontologico del linguaggio, ed infatti
una riflessione in tal senso mi parrebbe ineludibile per chi
professionalmente si interessa di "terapia delle parole",
riflessione all'interno della quale ampio spazio meriterebbe il tema
del "silenzio"; se l'estensione ed il taglio della presente ricerca
ci esimono dall'accoglimento di tale richiamo, ci consentono
tuttavia di porci alcune domande sulla relazione musica-linguaggio.
Nella musica non ci sono parole, in musica è cioè difficile
"identificare tratti discreti minimi che significano qualcosa come
le parole o i fonemi"(6).
In altri termini "la musica non è un linguaggio in senso semiologico
di cui si possa costruire un vocabolario"(7).
La semiologia ci mostra che "se una forma linguistica significa
qualcosa, devo capirla e poterla tradurre in un altro linguaggio. La
significazione deveessere intelligibile e traducibile"(8).
La musica invece produce pensiero e sommuove sentimenti attraverso
canali non discorsivi. Essa è intelligibile ma intraducibile(9).
Per meglio approfondire quanto sopra esposto giunge in nostro aiuto
la proficua distinzione tra senso e significato che Michel Imberty
richiama nel suo libro Suoni emozioni significati(10).
Secondo la proposta da Imberty ricordata la musica"ha un senso ma
non un significato, cioè non permette di definire delle relazioni
tra significante e significato paragonabili a quelle del
linguaggio"(11).
La musica non significa, ma piuttosto suggerisce, cioè "crea delle
forze immaginative che provocano ed orientano le associazioni
verbali, in altre parole si potrebbe dire che alla coscienza del
soggetto si manifestano, sotto forma di impressioni vaghe e
fluttuanti, delle direzioni semantiche e che questa, la coscienza,
le cristallizza con parole in significati precisi"(12).
Per tornare alla metafora della fonte originaria da cui il
significato trae alimento potremmo a questo punto dire che tale
fonte nel suo sgorgare indica il regno del senso e in tale regno
l'empatia appare come la modalità più elementare ma al tempo stesso
più profonda di condivisione del senso originario.
Potremmo definire l'empatia come uno stato mentale nel quale si
comunica condividendo una permanenza nel faustiano regno delle madri
da Jung evocato, con grande efficacia icastica, nella sua
descrizione del simbolo della madre(13)
Mefistofele: Auguste dee troneggiano in solitudine
L'eterno le circonda senza ne luogo ne tempo
La lingua si confonde a voler parlare di esse
Sono le madri!
La divinità fuori dal tempo e dallo spazio del regno delle madri ci
riporta a ciò che Imberty ipotizza a proposito di quel senso
fondamento di ogni codice e linguaggio: "Bisogna dire che il senso
al di là dei codici - sintattici e simbolici - è trans-storico? Si,
perché il senso è al di là di tutti i significati particolari
acquisiti dalle opere attraverso le diverse epoche storiche"(14) e
ben a ragione il linguaggio denotativo si rivela inadatto a parlare
nel regno delle madri (la lingua infatti si confonde).
L'incontro col senso racchiuso in tal regno è possibile seguendo al
massimo grado(15) l'invito di Goethe:
...fuggi da ciò che è foggiato verso i regni
indefiniti delle forme possibili.
A questo punto credo sia possibile osservare quanto segue:
quell'atteggiamento umano che usualmente definiamo empatico e che in
psicologia indica la capacità di immedesimarsi in un'altra persona,
di calarsi nei suoi pensieri e stati d'animo si configura come una
con-presenza di coscienze in una dimensione psicologica in cui
vengono condivise affettivamente le sorgenti del desiderio (il senso
appunto) e in cui le emozioni che questa con-presenza suscita
costituiscono i colori della relazione stessa.
L'empatia si configura come la con-permanenza di più soggetti nel
regno delle possibilità e quindi della libertà che è fondamento di
qualunque scelta e progetto.
Alla luce di quanto finora esposto la musica si potrebbe connotare
come una forma espressiva che rende condivisibile il senso
originario senza oggettivarlo, e quindi senza rischiare di alienarlo
in significati.
Per questa sua natura l'elemento empatico ci pare indissolubilmente
connesso con il fatto musicale con particolare riferimento
all'interpretazione, all'improvvisazione ed all'ascolto musicale
(diverso ci sembra il caso della composizione di cui tuttavia non
tratteremo in questa sede).
II
Ascolto empatico nella relazione e nella musica
E se anche ho il dono della profezia e conosco
tutti i misteri e tutta la scienza, e se anche possiedo
tutta la fede, sì da trasportare le montagne ma non
ho amore (agape), io non sono niente.
S.Paolo, I lettera ai Corinzi.
Attualmente la mia idea centrale sul senso dell'intervento in
musicoterapia si potrebbe riassumere nel modo seguente:
ritengo sia possibile, attraverso l'empatia musicale, facilitare nel
cliente un contatto con il suo mondo interiore originario in modo
tale che egli ravvicinandovisi si renda maggiormente consapevole
dell'importanza fondamentale e della ricchezza di questa sua parte
costitutiva.
Attraverso l'espressione musicale, opportunamente agevolata dal
musicoterapeuta, egli può dare testimonianza di questo suo rinnovato
contatto e può, successivamente, iniziare ad incidere sui contenuti
del suo mondo interiore a partire da quello che definirei un ascolto
creativo di se stesso.
Parlerei in questa fase di una riscoperta del senso originario e di
un graduale aumento della capacità, da parte del cliente, di
mobilizzazione delle diverse parti di tale originarietà.
Parallelamente al realizzarsi di questa rinnovata relazione con le
parti più profonde di se stesso, il cliente ritrova (o potenzia) la
propria capacità di relazionarsi agli altri.
Ritengo infatti che il campo relazionale che si apre attraverso
l'empatia musicale consenta all'esperienza interiore di espandersi
in senso intrapsichico da una parte ed interpersonale dall'altra.
Potremmo dire inoltre che il nesso che unisce le due esperienze,
quella intrapsichica e quella interpersonale, è quello della
specularità.
A questo punto il cliente, pervenuto ad una migliore integrazione
tra le diverse istanze della sua personalità, ormai in grado di
percepire con maggior consapevolezza i propri flussi emotivi e di
darvi forma in una espressione musicale, può meglio riuscire ad
esprimere il proprio progetto esistenziale (che ovviamente si
articola in una serie indefinita di sottoprogetti) attraverso il
linguaggio (ricorrendo cioè all'universo dei significati).
Facendo riferimento ad un modello neumaniano potremmo dire che ai
due poli di un ipotetico continuum troviamo da una parte uno stato
di totale con-fusione in un mondo dal quale la coscienza non riesce
ad emergere ne ad intravedere la possibilità di un progetto
individuativo (potremmo parlare a questo proposito di una sorta di
naufragio della coscienza nel senso originario che viene vissuto
come "caos"), e dall'altra una modalità di vita che si rivela
inautentica in quanto la serie di episodi-significati in cui si
eventua sono vissuti, da parte della persona, in uno stato di
sradicamento dal senso originario dando quindi luogo ad una
esistenza alienata.
La musicoterapia quale strumento agevolante il passaggio dal senso
al significato e, cosa altrettanto importante, dal significato al
senso, si rivela strumento potente di questa ricomposizione.
L'importanza di quanto appena detto mi pare esigere un ulteriore
approfondimento.
Nella nostra società iperspecializzata ed altamente competitiva
spesso per ottenere il necessario controllo delle situazioni l'
opera di rimozione e di sterilizzazione delle emozioni si spinge
oltre il necessario fino a generare delle forme espressive che, nei
casi più gravi, paiono ormai svuotate di ogni autentica
partecipazione da parte dell'individuo.
Tuttavia il generale avvilimento a cui il linguaggio viene
sottoposto nel suo uso quotidiano fa si che lo smascheramento delle
sue espressioni più convenzionali ed alienate, di cui sono latori
soggetti spesso socialmente ben integrati, almeno apparentemente,
risulti particolarmente complesso. E la stessa presa di coscienza
del proprio disagio necessaria al determinarsi ad intraprendere un
cammino di crescita e maturazione, come ad esempio ma non
esclusivamente una psicoterapia, può risultare dall'interno di un
tale contesto linguistico particolarmente difficile.
Mi piace a questo punto aprire una parentesi richiamandomi ad una
interessante distinzione che Paula Philippson propone nel suo lavoro
dedicato al mito greco(16).
I Greci, a proposito del tempo, distinguevano tra Cronos ed Aion; al
primo termine veniva attribuito il significato del tempo processuale
della quotidianità (assimilabile, in un certo senso, al tempo
astorico e ciclico della Natura), mentre al secondo si conferiva il
significato del tempo degli dei, cioè di un tempo in cui confluivano
la totalità di significati di presente, passato e futuro.
Nell'incontro tra la retta della dimensione cronica ed il punto
della dimensione aionica si costituisce un ordine simbolico. In tale
kosmos symbolikos dall'incontro tra quotidianità e trascendenza ha
origine il significato nella sua pienezza. Ma se è vero che è grazie
all'allusività e all'interrogazione che il gesto (di qualunque
natura esso sia) può tentare la mutazione alchemica del segno in
simbolo, allora è necessario che il linguaggio consegua una
maturazione che lo porti ad un livello espressivo tale da poter
esprimere quell'allusività e quella interrogazione.
Tappa significativa di questo processo mi pare il conseguimento di
quella "deletteralizzazione" del linguaggio che, a mio avviso
correttamente, Hillman pone a confine tra delirio e rivelazione(17).
Tale conseguimento si realizza con quel movimento attraverso il
quale la coscienza perviene alla scoperta sperimentale di evidenze
diverse dalle proprie. Tale movimento della coscienza costituisce
molto probabilmente il primo passo verso quella relativizzazione del
proprio punto di vista fondamentale per lo sviluppo di un'attitudine
ad un pensare interlocutorio, condizione ineludibile di ogni
autentico processo autotrasformativo. Come abbiamo visto
l'esperienza musicale si configura come particolarmente adatta a
propiziare tale processo.
In ultima analisi ritengo che attraverso la mobilizzazione di
vissuti inconsci la terapia musicale possa facilitare nel paziente
un accrescimento della propria consapevolezza intorno alle proprie
modalità relazionali sia in senso intrapsichico che interpersonale.
Tale maturazione potrà avvenire attraverso una sorta di "cova" del
"senso" da cui i significati in cui si articoleranno le
intepretazioni emergeranno come possibilità individuative del senso
stesso, possibilità che quindi attraverso la loro natura alludono ad
una ulteriorità di significato in cui il senso sempre si articola e
mai si esaurisce.
Bibliografia
1 V.Mathieu, "Le figure fondamentali dell'interpretazione filosofica
della musica" in Musica e filosofia, a.a.v.v., Bologna, Il Mulino
1973.
2 Ibid, pag 12.
3 V.Mathieu, "Le figure fondamentali dell'interpretazione filosofica
della musica", op.cit., pag 15.
4 Ibid, pag 15.
5 Cfr M.Heidegger In cammino verso il linguaggio, Milano, Mursia
1990, tr.A.Caracciolo, cap VI.
6 D.Gaita, il pensiero del cuore musica simbolo inconscio Milano,
Bompiani 1971, pag 17.
7 Ibid, pag 15.
8 Ibid, pag 16.
9 Mi sembra opportuno qui ricordare la distinzione che in
linguistica si fa tra il discorso denotato (quello in cui il
significante rinvia a quella parte del significato che si identifica
con il referente) ed il discorso connotato (quello in cui il
significante rinvia ad un significato sganciato da un referente
univoco e quindi disponibile a caricarsi di una valenza simbolica.
10 M.Imberty, Suoni emozioni significati per una semantica
psicologica della musica, Bologna, Clueb 1986, tr.J.Tafuri e
L.Callegari.
11 Ibid, pag 55.
12 Ibid, pag 56.
13 C.G.Jung, Simboli della trasformazione, Torino, Bollati
Boringhieri 1992, tr.R.Raho, pag 206-207.
14 M.Imberty, Suoni emozioni significati, op.cit., pag 58.
15 Con ciò intendo dire che il linguaggio connotato si rivela sul
piano rivelativo superiore a quello denotato, la musica, in quanto
ancor meno denotata del linguaggio connotato, sarà da ritenersi
superiore a quest'ultimo.
16 P.Philippson, Origini e forme del mito greco, Torino, Boringhieri
1983, tr.A.Brelich, tit.or. Untersuchungen uber den Griechiscen,
Mytos.
17 Cfr. J.Hillman, La vana fuga dagli dei, Milano, Adelphi 1991,
titolo originale del saggio in oggetto On paranoia.
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Bunt L. Music therapy, an art beyond words, London, Routledge 1994
GIACOMO GAGGERO
Pedagogista e Ricercatore musicale (Genova), Docente Corso di
Diploma in Music Therapy -University of Bristol, musicoterapeuta,
psicoterapeuta