Il Counseling,
Una professione per il terzo millennio
di Marcella Danon
(in http://web.tiscali.it/no-redirect-tiscali/psicosintesi/index.html)
"A chi ha fame non dare un pesce ma insegna a pescare", suggerisce
un proverbio cinese, invitando a non creare e non avvallare rapporti
di dipendenza, ma a utilizzare il disagio a cui si vuole venire
incontro, come punto di partenza di un processo di
responsabilizzazione.
E' su questo stesso principio che si basa il
counseling, una nuova realtà professionale, che si propone di
"aiutare ad aiutarsi", di far prendere coscienza delle risorse
personali, con le quali poter affrontare i problemi in prima
persona.
Il counseling nasce nell'ambito delle nuove correnti della
psicologia umanistica, basate su una concezione molti vasta e
ottimistica dell'essere umano, e trova applicazione in un vasto
campo, dal personale al sociale, dal sanitario all'aziendale. Il
principale strumento di lavoro è la comunicazione, prevalentemente
verbale, il colloquio faccia a faccia, attraverso la quale si cerca
di stabilire un rapporto di qualità con l'interlocutore per
comprenderne prima di tutto il problema, per permettergli di
guardare la situazione anche da diversi punti di vista, per
studiarne insieme a lui le possibili evoluzioni, per stimolarlo al
cambiamento e accompagnarlo nel percorso di mobilitazione delle sue
risorse verso nuovi obiettivi.
Alla base di questa strategia c'è la fiducia nella capacità di ogni
singolo individuo riconoscere e attivare la sua profonda libertà di
cambiare, di non essere inesorabilmente determinato da fattori
ambientali, storici, e genetici, ma di poter dare anche risposte
nuove, basate su convinzioni e valori autentici della persona. Ogni
individuo è considerato unico e speciale e come tale gli viene
dedicata la massima attenzione, per coglierne la sua peculiarità e
aiutarlo a esprimerla pienamente.
La capacità di ascolto e empatia sono tra le qualità fondamentali
del counselor, che non è certo un semplice consigliere, come una
traduzione più letterale e superficiale potrebbe far pensare.
Counselor"
è un termine intraducibile, e quindi diffuso nella sua dizione
originale inglese, che può avvicinarsi forse al ruolo ottimale
dell'educatore così come era stato descritto da Socrate, il maieuta,
colui che sa far venire alla luce ciò che già è insito nella
persona; il suo è un ruolo di catalizzatore di un processo di
crescita.
Inizialmente il counseling era era considerato una delle funzioni
dello psicologo, ma il suo campo di azione si è allargato sempre di
più per allontanarsi dal campo essenzialmente terapeutico e aprirsi
a un terreno più vasto, vicino in un certo senso alla formazione.
Il counselor non deve necessariamente essere un medico, uno psicologo,
per il semplice fatto che il suo interlocutore non è considerato un
"paziente", ma un "cliente".
Il rapporto è più paritario, la
prestazione desiderata viene contrattata insieme all'inizio, non
prevede una cura perché alla base non vi è una malattia, ma una
richiesta di orientamento, sostegno, guida.
Come una guida di
montagna non porterà mai il cliente in braccio verso la meta
desiderata, ma percorrerà insieme a lui la strada, con l'unico
vantaggio di essere più allenato e di conoscere già bene il
territorio, così il counselor non ha il compito di risolvere il
problema del suo cliente, ma di mettere a
disposizione la sua esperienza per accompagnarlo nella ricerca di
una possibile soluzione.
Dal counselor non si va per avere delle risposte, delle
interpretazioni, delle ricette, ma per imparare a stare meglio con
se stessi e, di riflesso, con la realtà circostante e con le
situazioni nelle quali bisogna vivere e operare.
E', di solito, una
scelta personale e implica la disponibilità a lavorare su se stessi
prima ancora che sulla situazione esterna, un percorso che
difficilmente può essere imposto contro voglia.
Il lavoro di crescita personale è il primo passo, anche quando i
problemi da affrontare sono estremamente pratici e sembrano
dipendere esclusivamente da avvenimenti esterni: un licenziamento,
la perdita di una persona cara, un figlio che si droga, un incidente
d'auto.
E' infatti sull'atteggiamento che prima di tutto potrà
lavorare il counselor, cercando di trovare un punto di vista
dell'accaduto che lasci spazio ad una possibile crescita, che non
chiuda ogni possibilità di dialogo e di dialettica con la realtà e
che possa così trasformarsi in un'opportunità di ampliamento di
orizzonti, anche interiori.
A volte è necessario "collaborare con
l'inevitabile", come diceva Roberto Assagioli, e questo permette di
non sentirsi del tutto inermi e passivi di fronte agli eventi.
Dal counselor si va anche quando i problemi sono più impalpabili e
non sono riconducibili a cause specifiche: un senso di disagio,
un'insoddisfazione generalizzata, l'incapacità di prendere
decisioni, una crisi esistenziale.
Questo è il campo in cui la domanda si fa crescente, è il campo in
cui il counselor può dare il meglio di sé, ma è anche quello più
delicato, perché strettamente confinante con la psicoterapia.
Ci
possono essere diversi malesseri che hanno origine in squilibri
profondi della personalità, che hanno quindi bisogno di un
intervento che non si limita alla contingenza ma devono
necessariamente intraprendere un percorso di analisi più
approfondito, per avviare un processo di ristrutturazione globale
della personalità.
In questo caso occorre una formazione non solo
nel campo della comunicazione ma, avendo a che fare con la vastità
del mondo interiore - con le sue altezze e i suoi abissi - richiede
al counselor di aver vissuto in prima persona un approfondito
percorso di autoconoscenza e autocoscienza.
Uno dei momenti più
delicati nella professione del counselor in ambito privato è proprio
la prima seduta, quando deve essere in grado di valutare, in un
semplice incontro, se il caso che gli si presenta è di sua
competenza o deve essere invece indirizzato ad un professionista in
campo psicoterapeutico o psichiatrico.
Non è facile stabilire a priori fino a che punto un rapporto è una
semplice conversazione e quando invece questa diventa terapeutica.
Ma il presupposto affinché il counseling possa avere successo è che
il cliente abbia una struttura della personalità sufficientemente
salda, anche se magari momentaneamente in disequilibrio, da potersi
prendere successivamente in mano; non è quindi sufficiente in tutti
quei casi in cui ci sia anche solo il sospetto di disgregazione o
spaccatura dell'Io, in cui non ci sia la collaborazione del cliente
o in cui non sia possibile lavorare sul problema che viene
presentato come causa del disagio, senza implicare una revisione di
tutta la struttura della personalità.
Pur essendo confinante con l'ambito terapeutico, il counseling
rientra piuttosto in un ambito che include la dimensione sociale,
quella educativa e quella della salute, intesa come ricerca
dell'equilibrio e del benessere psicofisico, un ambito che coinvolge
praticamente tutti.
Lo spirito di questa professione è coerente con una fondamentale
inversione di tendenza che sta coinvolgendo un numero sempre
maggiore di ambiti della cultura contemporanea, una tendenza che
tende a valorizzare la natura umana, la sua fondamentale libertà, la
sua creatività e il senso di responsabilità insito in ognuno.
Questo
cambiamento permette di passare da una struttura gerarchica
piramidale, in cui la conoscenza e il potere sono detenuti da pochi,
a una struttura circolare, a rete, in cui la collaborazione tra
tutte le componenti del sistema è possibile e necessaria al
mantenimento dell'equilibrio dell'insieme.
Nel campo delle
professioni di aiuto questo implica un passaggio dall'atteggiamento
di pietà, carità, solidarietà e assistenzialismo, a uno di
collaborazione, corresponsabilità.
e compartecipazione.
Non c'è più qualcuno che dall'alto del suo
sapere risolve i problemi di un'altro, ma c'è un addestramento
all'indipendenza e all'autonomia in cui non si utilizzano le
conoscenze sulla natura psichica dell'essere umano per "far guarire"
qualcuno, ma si forniscono direttamente queste conoscenze a chi ne
ha bisogno, affinché la persona possa poi comprendersi meglio e
riequilibrarsi anche da sé.
Certo, non è sempre facile da soli,
sarebbe come imparare uno sport solo sui libri, il counselor diventa
così come un allenatore di ginnastica interna per esplorare insieme
i meandri e i meccanismi di una dimensione così a lungo ignorata
dalla cultura occidentale, quella interiore.
Il suo compito è
infatti quello che dovrebbe essere il compito della famiglia e della
scuola: diventare consapevoli degli strumenti a propria
disposizione, in quanto essere umano e in quanto individuo, imparare
ad operare consapevolmente e costruttivamente nella propria realtà.
Il counseling non è solamente una professione a sé, ma è anche una
componente di molte altre professioni che si giocano sul rapporto interpersonale e sulla qualità della comunicazione.
Non solo lo
psicologo e l'insegnante, ma anche il medico, l'avvocato
matrimonialista, l'assistente sociale, il direttore del personale di
un azienda e, al limite, anche il poliziotto, l'abile venditore, il
conduttore televisivo e il politico,hanno bisogno di una formazione
al counseling per svolgere al meglio la loro professione.
La società
italiana per il counseling in medicina, per esempio, è nata grazie a
un medico pediatra che si è accorto, a distanza di anni,
dell'importanza che le sue parole avevano avuto nel condizionare la
vita di intere famiglie.
Questa osservazione lo ha spinto a studiare
come calibrare la comunicazione nel modo più opportuno per venire
incontro alle necessità delle persone. "Il medico è la medicina", si
dice spesso, e una parola giusta, detta al momento giusto può essere
più terapeutica di molte altre cure, tanto quanto una diagnosi
comunicata senza la adeguata delicatezza può rivelarsi più deleteria
del problema organico in sé.
Uno degli obiettivi del counseling,
quindi, è anche quello di educare i professionisti, quelli operanti
in campi a stretto contatto col pubblico, a una educazione più
consapevole.